La Cappella Cavalletti nella Basilica di Sant’Agostino a Roma
17234
post-template-default,single,single-post,postid-17234,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,qode_grid_1200,side_area_uncovered_from_content,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-9.2,wpb-js-composer js-comp-ver-5.1.1,vc_responsive

La Cappella Cavalletti nella Basilica di Sant’Agostino a Roma

Cosa hanno in comune Michelangelo Buonarroti, la cortigiana Fiammetta e Caravaggio? Una cappella in Sant’Agostino.

di Claudia Viggiani

Decido di arrivare a piedi a Sant’Agostino e di camminare a lungo, per compiere più chilometri possibili, niente in confronto a quelli che Ermete Cavalletti e sua moglie percorsero per raggiungere Loreto da Roma, in pellegrinaggio.
Serve per ispirarmi.

Cappella Cavalletti

Raffaello Sanzio, Isaia, affresco e Andrea Sansovino, gruppo marmoreo, terzo pilastro a sinistra, inizio XVI secolo, Chiesa di Sant’Agostino, Roma

Arrivata in chiesa, e prima di andare a vedere Caravaggio, mi siedo in corrispondenza del terzo pilastro a sinistra e raccolgo le idee.
Molti artisti celebri hanno lavorato qui.
Alzo gli occhi e osservo Raffaello, con il suo Isaia, e sotto di lui Andrea Contucci, il Sansovino che ha scolpito la Madonna con il Bambino e Sant’Anna.
Mi volto e, sulla controfacciata, vedo la Madonna del Parto di Jacopo Tatti, detto Sansovino anche lui.

Cappella Cavalletti

Jacopo Sansovino, Madonna del Parto, XVI secolo, controfacciata, Chiesa di Sant’Agostino, Roma

Ho colto tre capolavori con un solo sguardo.
Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento la chiesa di Sant’Agostino, appena ricostruita, attirò un grande numero di artisti, tutti impegnati a decorare le cappelle delle navate laterali.

Per questo fu chiamato anche Michelangelo Buonarroti che nel 1500, all’età di 25 anni, ricevette la commissione di dipingere una pala d’altare per la cappella del vescovo di Crotone, Giovanni Ebu, scomparso nel 1496.
In base ai documenti d’archivio e agli studi storici, si ipotizza che la Cappella Ebu possa essere stata la prima della navata laterale sinistra, quella successivamente passata di proprietà a Fiammetta, come vedremo, e ai Cavalletti che commissionarono a Caravaggio la tela ancora visibile sull’altare.
Sogno ad occhi aperti Michelangelo che si aggira per la chiesa cercando di immaginare il tema della pala da realizzare. Soggetto che quasi certamente, salvo particolari indicazioni della committenza e trattandosi di una cappella funebre, avrebbe dovuto rappresentare la Deposizione del corpo di Cristo nel sepolcro, tra l’altro uno dei temi classici della pittura rinascimentale già affrontato da Michelangelo poco prima, nella Pietà per la Basilica di San Pietro in Vaticano, finita nel 1499.
Purtroppo però Michelangelo non portò a temine il suo incarico perché, improvvisamente, nel 1501 decise di lasciare Roma per rientrare a Firenze e quindi anche di rimborsare l’anticipo ricevuto dai frati di Sant’Agostino.
Abbandonato il progetto per l’Ebu, Michelangelo portò via con sé la pala già iniziata, lasciando molto probabilmente la responsabilità della cappella nelle mani di un suo fidatissimo collaboratore, Jacopo Torni detto l’Indaco che affrescava, nel frattempo, le pareti e la calotta absidale.

Cappella Cavalletti

Grottesche, pilastro destro, Cappella Cavalletti, inizio XVI secolo, Chiesa di Sant’Agostino, Roma

Nato nel 1476 a Firenze, l’Indaco aveva studiato nella bottega di Domenico Ghirlandaio dove aveva conosciuto Michelangelo con il quale strinse una solida amicizia, al punto da essere coinvolto dallo stesso pittore, nel 1508, nella decorazione della volta della Cappella Sistina in Vaticano.
Forse i due erano giunti a Roma insieme alla fine del Quattrocento in un momento in cui la città, in piena rinascita culturale, era colma di cantieri che offrivano molte opportunità di lavoro.
L’Indaco terminò quindi gli affreschi della Cappella Ebu raffigurando la Pentecoste, la Chiamata di Pietro e Andrea e la Cena in casa di Simone il fariseo, e dipinse, al posto di Michelangelo, una nuova pala d’altare, mentre un pittore oggi sconosciuto, un tale Andrea, specializzato in opere lignee, fu impiegato come aiuto, o per decorare parti minori, oppure per reperire il materiale utile allo stesso Indaco.
Purtroppo però non rimane nulla delle opere compiute da questi due artisti anche se un recente sopralluogo, mi ha permesso di ipotizzare che le grottesche, conservate sulla parte esterna dei pilastri della cappella, possano essere state dipinte proprio dall’Indaco e dal suo collaboratore Andrea.
All’inizio del Seicento le grottesche dovevano presentarsi in cattivo stato di conservazione e pertanto furono nascoste da uno strato di intonaco, finché in un’epoca successiva, molto probabilmente nell’Ottocento, furono recuperate, ridipinte e parzialmente ricoperte da una decorazione in metallo dorato che ne celava l’aspetto profano, molto apprezzato invece proprio tra la fine del Quattrocento e la prima parte del Cinquecento.
Per quanto riguarda la Deposizione nel sepolcro, cominciata e mai conclusa da Michelangelo, si ritiene invece, che essa si trovi ora alla National Gallery di Londra.

Cappella Cavalletti

Michelangelo Buonarroti, Deposizione di Cristo nel sepolcro, 1500-1501, The National Gallery, London

L’opera, eseguita su tavola, potrebbe addirittura essere il frutto della collaborazione tra Michelangelo e l’Indaco e per questo non attribuita all’unanimità al grande maestro toscano, nonostante l’indiscussa bellezza di alcune figure che la compongono.
La cappella Ebu, terminati i lavori, rimase quindi inalterata per almeno un secolo, anche dopo essere stata venduta nel 1505, in seguito alla morte di Jacopo Galli, uno degli esecutori testamentari dello stesso vescovo di Crotone e mecenate di Michelangelo a Roma, a Fiammetta Cassini, cortigiana fiorentina, giunta alla fine del Quattrocento a Roma con la madre e diventata celebre per i suoi legami con molti prelati e uomini ricchi, tra i quali Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI.
Il Borgia è ricordato nell’intestazione di una trascrizione del testamento di Fiammetta, nella quale la donna viene definita honesta mulier, come altre benestanti cortigiane dell’epoca, esponenti di un rango sociale più elevato rispetto alle semplici prostitute.
Le “oneste” cortigiane erano in genere ricche e godevano di molti privilegi, tra i quali quello di poter essere sepolte nella chiesa di Sant’Agostino, una delle loro preferite. Fiammetta poi abitava nei pressi di via dei Coronari, in una casa che si affacciava forse su di un piccolo giardino che, trasformato in piazza, prese il suo nome, piazza Fiammetta appunto.
La donna acquistò la cappella già “dotata”, vale a dire decorata con i dipinti dell’Indaco, raffiguranti soggetti che ben si adattavano alla sua vita.
Non si conosce la data esatta della morte di Fiammetta, avvenuta probabilmente a Roma nel 1512, ma da allora in poi, fino al 1603, anno in cui la cappella passò sotto il patronato del nobile bolognese Ermete Cavalletti, assumendo, di conseguenza la denominazione di Cappella Cavalletti, essa fu nota principalmente come Cappella della “Pietà della Fiammetta”.
Nel suo testamento Ermete Cavalletti aveva chiaramente espresso la volontà di rinnovare totalmente la cappella funeraria della sua famiglia e per questo chiamò Cristoforo Casolani e Caravaggio, che realizzarono le opere che ancora oggi possiamo vedere.
Dopo aver distrutto i preesistenti dipinti, considerati ormai superati e probabilmente in cattivo stato di conservazione, Casolani si occupò di affrescare le pareti laterali con le immagini della Maddalena e di San Guglielmo d’Aquitania, e il catino absidale, con la Nascita, l’Annunciazione e l’Incoronazione della Vergine.
Nel 1606 la pala d’altare dell’Indaco, che aveva sostituito la Deposizione di Michelangelo, fu invece donata dai frati di Sant’Agostino al cardinale Scipione Borghese, in cambio di un lussuoso panno per l’altare maggiore della chiesa.
Vuol dire che in quella data anche la nuova pala con la Madonna di Loreto di Caravaggio doveva essere indiscutibilmente ultimata e pronta per essere sistemata dove si trova tuttora.
Mi provoca un certo effetto sapere che Michelangelo abbia realizzato la Deposizione per l’altare sul quale, dopo di lui sarebbe stato posto il quadro di un altro Michelangelo, il Merisi, noto come Caravaggio.
Immagino i due dipinti uno accanto all’altro e mi emoziono al pensiero di quanto abbiamo ancora da scoprire della nostra storia dell’arte.

Cappella Cavalletti

Caravaggio, Madonna di Loreto, Cappella Cavalletti, 1604-1606, Chiesa di Sant’Agostino, Roma

È difficile ricostruire le storie. È impegnativo e ci vogliono mesi, a volte anni, di studi e di ricerche.
Ma almeno ora possiamo ammirare Caravaggio, pensando a Michelangelo ed essere fieri e felici di averli idealmente, insieme a tutti gli altri artisti, in questa stupefacente basilica.
Gli eredi Cavalletti ci hanno fatto un grande regalo a voler celebrare la devozione per la Vergine lauretana di Ermete Cavalletti e di sua moglie, Orinzia de’ Rossi.
Ermete era stato membro dell’arciconfraternita della Trinità dei Pellegrini e nel 1602 si era recato a Loreto in pellegrinaggio, poco prima di disporre in testamento la realizzazione della cappella ad honorem beatissimae Mariae de Laureto.
Proprio a Loreto è infatti conservata la muratura della camera di accesso alla casa di Maria a Nazareth, trasportata secondo la tradizione in volo dagli angeli nelle Marche, per salvarla dalla distruzione.
In realtà le pietre della casa di Maria furono spostate a Loreto nel 1294, in nave, come parte della dote matrimoniale di Ithamar, la figlia del despota dell’Epiro Niceforo Angeli, che sposò Filippo di Taranto, quartogenito di Carlo II d’Angiò, re di Napoli.
Questo quadro è chiaramente dedicato ad Ermete e alla moglie e alla memoria del lungo e faticoso viaggio che forse decisero di compiere insieme, a piedi.
Ed è questo il vero soggetto del dipinto: il peregrinare, metafora della vita terrena e pratica devozionale che esalta il vincolo collettivo, fattore potentissimo della spiritualità oratoriana della quale quest’opera è profondamente intrisa.
Prima di uscire dalla chiesa cerco di memorizzare le ultime immagini che attraggono la mia attenzione.
Non vedo solo i piedi dei pellegrini e la dimensione enorme di Gesù bambino dipinti da Caravaggio.
Non vedo solo i piedi di Maria muoversi leggeri, inconsistenti, privi di materia.
Niente oramai ha più un peso. Tutto è leggero. Il cammino si è compiuto.
Si, questa volta vedo molto di più. Vedo la storia stratificata, quella della cappella, quella dell’arte e quella dell’umanità, dei committenti e di tutti coloro che hanno attraversato prima di me questa immensità.
E vedo la fioca luce che cela con sé il mistero della vita, in una delle più celebri cappelle funebri del mondo.

© 2017, Claudia Viggiani. All rights reserved.

Precedente
Successivo