Il Pantheon di Roma - di Claudia Viggiani
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Pantheon di Roma

Il Pantheon di Roma

di Claudia Viggiani

Quando posso, cammino “intorno” al Pantheon e non c’è un motivo preciso. Credo sia la sua forma circolare ad ispirarmi nel movimento.
Arrivo in via della Palombella e mi soffermo a studiare le murature che originariamente erano nascoste dalle costruzioni che circondavano il monumento, racchiuso nel fitto tessuto edilizio di Roma antica.
Uno dei fabbricati, addossati alla parte posteriore della struttura, era la “Basilica di Nettuno” realizzata da Agrippa nel I secolo a.C. insieme al Pantheon ed altri edifici che furono ricostruiti, dopo l’incendio dell’80.
Alzo lo sguardo per osservare l’elegante fregio di età adrianea: mi piace molto, trovo bellissimi i delfini che si affrontano, le valve di conchiglie e i tridenti, che alludono a Nettuno, il dio del mare.

Pantheon di Roma

Fregio, II secolo, Pantheon, Roma

Poi abbasso la testa per esaminare il piano di calpestio antico e realizzo che il monumento è sotto il livello del Tevere: probabilmente questa è la zona più bassa di Roma. Sulla facciata della Chiesa di Santa Maria sopra Minerva sono infatti poste le targhe che indicano l’altezza raggiunta dalle inondazioni del Tevere prima della costruzione dei muraglioni.
Mi muovo verso piazza della Rotonda e mi appoggio ad un muro d’angolo per guardare il pronao del Pantheon; originariamente una gradinata conduceva all’interno dell’edificio sacro che aveva un portico antistante.
La sua forma “rotonda”, che dà il nome alla piazza, molto probabilmente deriva da quella di un ambiente termale, un laconicum con al centro un lumen in hemisphaerio, come descritto da Vitruvio, oppure una coenatio, come quella ancora visibile nella Domus Aurea. L’iscrizione sul timpano ricorda colui che per primo, e per volontà di Cesare Ottaviano, fece costruire il tempio: M. Agrippa L. F. Cos. Tertium fecit da sciogliere in “Marcus Agrippa Luci filius consul tertium fecit” da tradurre in “lo fece Marco Agrippa, figlio di Lucio, quando fu console per la terza volta”.

Pantheon di Roma

Iscrizione, Pantheon, Roma

Il primo Pantheon fu costruito da Marco Agrippa nel 29 a.C., poco dopo la battaglia di Azio del 31 a.C., combattuta da Ottaviano – con il contributo di Agrippa stesso – nel golfo di Ambracia, oggi golfo d’Arta in Grecia, per annientare Antonio e Cleopatra. Ottaviano era allora solo “Cesare” e non ancora “Augusto” ma tornò a Roma da vincitore e unico trionfatore.
La prima e più antica struttura fu innalzata nei pressi di un’ampia palude, la palus Caprae, luogo in cui, secondo la tradizione, avvenne l’apoteosi o ascensione di Romolo, mitologico fondatore di Roma. Bonificata da Agrippa – che rimase sempre fedele ad Ottaviano – la palude divenne in parte lo Stagnum Agrippae e dopo, parzialmente ridimensionata, la sede del ginnasio di Nerone.
Questo che vedo davanti a me è il Pantheon ricostruito, in maniera identica, dopo l’incendio dell’80, da Adriano che lo concluse tra il 118 e il 125. Gli scavi eseguiti alla fine degli anni Novanta, hanno avvalorato la già concreta ipotesi che anche il Pantheon di Agrippa, come l’edificio adrianeo, fosse rivolto verso nord, con un leggero spostamento dell’asse verso occidente. È probabile inoltre che il primitivo Pantheon avesse una pianta simile all’attuale, ma una differente copertura. Sembra inoltre certo che l’ingresso del tempio di Agrippa avesse una misura simile a quella attuale.
Chissà se i costruttori auspicavano a tanta imperitura memoria.
Un monumento antico, così perfettamente conservato e così tanto amato, è unico al mondo. Sicuramente i costruttori non potevano neanche immaginare che nel 609 l’imperatore Foca avrebbe donato il tempio a papa Bonifacio IV per trasformarlo in un magnifico luogo di culto cristiano, dedicato a Santa Maria ad Martyres, che sarebbe sopravvissuto per millenni.
Entro nell’atrio e cammino lentamente, tra le colonne, a zig zag.

Pantheon di Roma

Statua di Marco Agrippa, I secolo a.C., Museo Archeologico, Venezia

Ai lati dell’ingresso si possono vedere due grandi nicchie destinate ad accogliere le statue di Marco Agrippa e Ottaviano Augusto, quest’ultimo finché in vita. Probabilmente, in seguito alla sua morte, un ritratto dell’imperatore divinizzato fu collocato anche all’interno del Pantheon, nella grande abside che si trova di fronte alla porta, sostituendo presumibilmente una statua di Giulio Cesare.
Chissà se la l’imponente statua di Agrippa che ho visto al Museo Archeologico Nazionale di Venezia proviene dal Pantheon.
Tutte le colonne dell’atrio sono in granito egiziano, certamente portato dall’Egitto dopo la vittoria, come bottino di guerra.
La porta di bronzo è antica ed imponente; la cupola è in calcestruzzo mescolato a tufo e pietra pomice, e si alleggerisce sempre di più man mano che la struttura si avvicina al vuoto dell’oculo centrale. È un capolavoro di ingegneria, che tutti ammirano.
Un signore americano spiega alla moglie che quando piove, l’acqua entra e finisce nei tombini sotto i loro piedi. Rido, perché un’altra volta ho sentito dire che l’oculo è chiuso da un vetro che ogni giorno qualcuno pulisce per mantenerlo trasparente.
Dione Cassio nel 25 a. C. aveva scritto che il Pantheon ebbe questo nome perché in esso furono accolte le statue di molte divinità, tra le quali Marte e Venere, oppure perché, la sua cupola ricordava la volta del cielo.
L’oculo è l’opàion, il foro aperto all’apice della cupola, per permettere ai raggi del sole di entrare e ad un mortale di ascendere all’Olimpo. Ogni 21 aprile, giorno di nascita della città di Roma, avviene il miracolo del fascio lucente che illumina l’ingresso, e tutti coloro che a mezzogiorno varcano la soglia.

Pantheon di Roma

Cupola, con oculo, Pantheon, Roma

La luce inonda l’ingresso trasformando l’accesso al tempio in un’esperienza mistica destinata in origine principalmente ad Ottaviano che entrava, lui l’eccelso, accompagnato dal sole, tra i divini dell’Olimpo. Come Romolo e Cesare prima di lui, anche Augusto, entrando nel Pantheon, ascendeva, in vita, al cielo e al sovrannaturale, in una sorta di pantomima della sua apoteosi, messa in piedi nel tempio dinastico che lo collocava, come discendente, tra le massime divinità greco-romane. Un mortale consacrato allo stato divino.
Non sappiamo cosa accadesse quotidianamente all’interno del Pantheon al tempo di Augusto. Sappiamo che fu utilizzato da Adriano anche come tribunale.
Osservo le pareti e conto le nicchie più grandi: sono sei e dovevano ospitare le dodici statue degli dei Olimpi, disposte a coppie. Gli Olimpi o Dodekatheon erano le dodici divinità principali della mitologia greca: Zeus (Giove), Era (Giunone), Poseidone (Nettuno), Demetra (Cerere), Dioniso (Bacco), Apollo (Febo), Artemide (Diana), Hermes (Mercurio), Atena (Minerva), Ares (Marte), Afrodite (Venere), Efesto (Vulcano). Il tempio era dedicato a loro, ed era quindi un Dodekatheon nel quale il tredicesimo dio era Ottaviano stesso.
Pantheon di RomaL’interno del Pantheon è il più grande spazio coperto, senza sostegni intermedi, che sia stato realizzato prima dell’invenzione del cemento armato ed è stato costruito rispettando la teoria di Archimede, così come esposta nel libro “Della sfera e del cilindro”. Archimede, nato a Siracusa nel 287 a.C., sostenne che il volume della sfera è 2/3 di quello di un cilindro avente per base un cerchio massimo della sfera e per altezza il diametro di essa.
Lo spazio interno della cella del Pantheon è costituito da un cilindro coperto da una semisfera.
È possibile immaginare una sfera solida, formata dai punti dello spazio aventi dal centro della sfera stessa una distanza uguale o minore di un segmento dato, idealmente inscritta all’interno della struttura cilindrica. Il cilindro ha infatti un’altezza uguale al raggio della cupola – 21,72 metri – mentre l’altezza totale dell’interno è identica al diametro della cupola – 43,44 metri.
Pantheon di RomaL’antica scienza dei numeri e l’”arte del computare” hanno nel Pantheon un valore enorme. Basta alzare lo sguardo e contare i cassettoni: sono 28, di misura decrescente verso l’oculo. Il 28 era considerato nell’aritmologia il “numero perfetto” che, al pari del 6, è uguale alla somma dei suoi divisori (28=1+2+4+7+14), numero quindi “perfetto” anche a simboleggiare il divino.
Abbasso la testa e, dopo aver immaginato singole stelle al centro dei cassettoni della cupola, mi giro per dirigermi decisa verso la tomba di Raffaello. Una signora mi vede e mi segue, mi fermo, si ferma. Mi guarda e dice “è Raffaello Sanzio” mentre le sorrido. È commovente quanta forza di attrazione eserciti questa sepoltura. Guardo la lapide, leggo le malinconiche parole di Pietro Bembo e spero che Raffaello sia felice. Tanta fama, tanta ricchezza, opere di aggraziata bellezza e una morte precoce, lo hanno reso eterno. Guardo la signora e le dico “poteva essere sepolto solo qui”, tra gli dei immortali del Dodekatheon antico.
Lei annuisce e mi sorride.
Ci salutiamo.
Io esco, alzo lo sguardo e vedo il cielo azzurro. Sono giorni che vengo qui ed è sempre lo stesso, identico cielo azzurro, che fa da sfondo a tanta bellezza. Penso che questo cielo – che di notte si riempie di stelle e di lune – non può non aver ispirato coloro che nel Pantheon hanno vagheggiato del divino, dell’infinito e dell’universo intero.

© 2017, Claudia Viggiani. All rights reserved.