Il Laocoonte dei Musei Vaticani e il suo scopritore Felice de Fredis
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Laocoonte

Il Laocoonte dei Musei Vaticani e il suo scopritore Felice de Fredis

di Claudia Viggiani

Avrei voluto essere lì quando le sette porzioni del Laocoonte furono rinvenute, a tre metri di profondità, nella vigna di Felice de Fredis, in un freddo giorno del gennaio 1506, nei pressi delle cosiddette Sette Sale, alle pendici orientali del Colle Oppio a Roma.

Laocoonte

Agesandro, Polydorus, Athenodoros di Rodi, Laocoonte, I secolo a.C., Musei Vaticani

Per i testimoni oculari deve essere stato sorprendente vedere parti di corpi, le spire dei serpenti e gli sguardi disperati dei tre protagonisti della storia, sparsi nella voragine aperta nella superficie del terreno.
Si narra che lo stesso De Fredis fosse precipitato nella buca – una “camera antiquissima subterranea” e con un bellissimo pavimento – incapace di riconoscere quello che poi sarebbe stato identificato da Giuliano da Sangallo come uno dei capolavori scultorei dell’antichità, reso immortale dall’affermazione di Plinio il Vecchio che l’aveva definito l’opera più bella di tutte, tra le sculture e le pitture (opus omnibus et picturae et statuariae artis preferendum).
La sofferenza sui volti del mitico sacerdote troiano e dei suoi figli deve aver lasciato senza parole molti di coloro che, per primi, ebbero la possibilità di vedere l’opera emergere dal suolo, silenziosa, nonostante le bocche di Laocoonte e dei ragazzi fossero spalancate per emettere grida acute e prolungate, mai udite dai comuni mortali.

Laocoonte

Agesandro, Polydorus, Athenodoros di Rodi, Laocoonte, I secolo a.C., Musei Vaticani

Il capolavoro marmoreo, databile forse agli anni 40-30 a.C., fu portato molto probabilmente a Roma dall’imperatore Tiberio che nel 2 d. C., dopo otto anni di esilio sull’isola di Rodi, andò a vivere negli Horti di Mecenate, successivamente occupati dalla vigna poi acquistata, al principio del Cinquecento, da Felice de Fredis.
Chissà se in quel terreno, detto “Le Capoce”, altre sculture erano state già ritrovate, così come nelle diverse proprietà di Felice, il quale sceglieva accuratamente i terreni da acquistare per la coltivazione, sapendo che poi quasi certamente avrebbe ritrovato anche delle statue antiche che amava raccogliere ed esporre nella sua dimora urbana dove viveva con la moglie Girolama Branca e i figli Federico e Giulia, nell’attuale via degli Specchi.
In tutta Roma la voce del ritrovamento dei blocchi di marmo si diffuse alla velocità della luce e chiunque si recò in pellegrinaggio “a quella casa che lì pare el jubileo”, sia di giorno, sia di notte alla luce delle fiaccole, tanta era la curiosità di vedere il miracolo della scoperta.
Si incuriosì addirittura papa Giulio II della Rovere che, impegnato com’era a fare battaglie, spedì in avanscoperta il suo fidato architetto Giuliano da Sangallo, accompagnato dal giovane nipote Francesco e da Michelangelo, a verificare che le voci del ritrovamento di “certe statue molto belle” fossero vere.
Il Laocoonte, descritto da Plinio come il capolavoro degli scultori Agesandros, Athanodoros e Polydoros di Rodi, era già famoso ancora prima di essere scoperto. Per questo Giulio II fece di tutto per accaparrarselo e trasferirlo nel Cortile delle Statue del Belvedere in Vaticano. La scultura infatti, oltre al valore estetico, rappresentava perfettamente l’idea di eredità in “majestatem et gratiam” lasciata dall’impero romano alla Chiesa.
Si ipotizza che i blocchi di marmo siano stati ritrovati duranti i lavori compiuti per gettare le fondamenta del casino rustico della vigna, i cui resti sono probabilmente quelli visibili nella proprietà dell’Istituto San Giuseppe di Cluny in via Mecenate a Roma.
Le sette parti della scultura, velocemente assemblate, furono subito trasferite nella dimora di Felice e collocate nella sua camera da letto, forse per paura che qualcuno potesse rubarne alcune, oppure – più semplicemente – per godere della loro vista privatamente e liberamente, lontano da occhi indiscreti, a qualsiasi ora del giorno e nel silenzio della notte.
Era ed è bellissimo il Laocoonte così come è sconvolgente la sua storia.

Laocoonte

Agesandro, Polydorus, Athenodoros di Rodi, Laocoonte, I secolo a.C., Musei Vaticani

Il sacerdote troiano di Apollo infatti, nonostante avesse presagito l’inganno del cavallo di legno, contro il quale aveva scagliato una lancia nel tentativo di fermarlo per salvare la sua città, pagò invece con la sua vita e quella dei due figli l’essere andato contro il volere degli dei che avevano precedentemente deciso la caduta di Troia.
Impressiona vedere lo sforzo estremo del padre che cerca di sciogliere con le mani i nodi delle spire del serpente. Si agita, si contorce, muovendo la testa e cercando di trovare la forza in ogni singolo muscolo del suo corpo.
Ma non ce la faranno: né lui, né i suoi figli riusciranno a vincere la battaglia contro i due enormi e feroci animali marini che di li a poco li uccideranno.
Quanto è drammatica la rappresentazione della fine della vita al cospetto della morte stessa.
Qui si vedono la disperata capacità di sopportazione della sofferenza, provocata dal dolore fisico, e l’angoscia di coloro i quali, persa la speranza di vivere, combattono, schiacciati dall’enorme peso di un’inconsolabile disperazione.
Il Laocoonte è un’opera complessa e di dimensioni grandiose, pesante circa due tonnellate e mezzo, ritrovata con alcune parti mancanti: il braccio destro del padre, le braccia dei figli, un piede del figlio piccolo, metà nuca del figlio di destra, una porzione del serpente, posta tra il figlio di destra e il padre. La testa del serpente che sta per mordere il fianco di Laocoonte era invece tra i frammenti ritrovati, ma fu smarrita e sostituita nel Settecento.
Felice de Fredis andrebbe ricordato sempre quando si parla di questo capolavoro.
Anche perché la sua morte, avvenuta nel 1519, fu seguita di solo un decennio da quella del figlio, da lui amatissimo, scomparso troppo giovane, senza che il padre potesse salvarlo da un tragico destino, esattamente come accadde a Laocoonte e ai suoi figli.
Quando Felice morì inaspettatamente, il suo corpo fu deposto nella tomba dello zio Stefano Infessura nella Chiesa di Santa Maria in via Lata, per essere trasferito nel 1529, in seguito alla morte del figlio Federico, nella più prestigiosa Chiesa di Santa Maria in Ara Coeli, nella quale ancora si può vedere murata la lapide funebre che li ricorda insieme, uniti per sempre.
L’epitaffio in latino è murato sulla parete della navata laterale sinistra, all’angolo con il transetto.

Laocoonte

Lastra tombale di Felice e Federico de Fredis, 1529, Basilica di Santa Maria in Ara Coeli, Roma

Felice merita una legittima fama, anche solo per aver tentato di non cedere subito a Giulio II il gruppo statuario che il papa voleva possedere assolutamente ma che anche altri potenti e ricchi intenditori, inclusi i Conservatori del Comune di Roma, chiesero di acquistare.
Il pontefice Giulio II aveva minacciato chiunque si fosse azzardato ad acquistare il Laocoonte e aveva promesso un compenso indiretto – che non sappiamo se sia mai stato retribuito – al de Fredis pur di possedere il gruppo scultoreo che voleva esporre in Vaticano, anche per allontanarlo dal centro del potere laico di Roma.

Laoconte

Epitaffio, Lastra tombale di Felice e Federico de Fredis, 1529, Basilica di Santa Maria in Ara Coeli, Roma

Il bellissimo epitaffio della lastra sepolcrale – originariamente pavimentale – ricorda
“Girolama Branca, moglie e madre, e Giulia de Fredis de Milizi, figlia e sorella, nell’anno del Signore 1529 mestissime fecero porre (questa lapide) a Felice de Fredis, il quale meritò l’immortalità per le proprie virtù e per il ritrovato, divino, quasi anelante simulacro di Laocoonte, che tu ammiri in Vaticano, e a Federico, che possedeva le doti d’animo paterne e avite, raggiunti anzitempo da troppo immatura morte.”
Il Laocoonte che “tu ammiri in Vaticano” è qui associato indelebilmente al suo scopritore e primo proprietario, che riposa in un punto privilegiato dell’arce capitolina, per volontà delle famiglie Branca e de Militibus, alle quali Felice era imparentato, avendo sposato Girolama Branca ed avendo dato sua figlia Giulia in moglie a Giacomo de Militibus o de’ Cavalieri, erede universale di Felice.
La traslazione delle reliquie di Felice da Santa Maria in via Lata a Santa Maria in Ara Coeli, nei pressi dell’antico centro politico e civile della città, appare come la glorificazione laica, seppure postuma, del ricco proprietario del Laocoonte, il quale forse avrebbe preferito il Campidoglio come sede dell’eccezionale scultura ritrovata nella sua vigna.

Bibliografia
S. Settis, Laocoonte. Fama e stile, Roma, 2006
R. Volpe – A Parisi, Alla ricerca di una scoperta: Felice de Fredis e il luogo di ritrovamento del Laocoonte, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”, CX (2009)

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