Carlo Bevilacqua, la sua architettura, la pittura e la musica agli Horti di Sallustio
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Carlo Bevilacqua

Carlo Bevilacqua, la sua architettura, la pittura e la musica agli Horti di Sallustio

di Claudia Viggiani

Roma spesso sorprende per il suo fascino, il suo potere di seduzione e di attrazione che esercita su tutti noi che l’amiamo. Questa volta l’incanto è nato dal connubio insolito, ma efficace, tra gli Horti di Sallustio e alcune opere pittoriche di Carlo Bevilacqua, esposte al suo interno.
Carlo Bevilacqua, architetto romano, ha sempre amato moltissimo la sua città per la quale ha progettato numerose chiese parrocchiali della periferia, tra le quali il Gesù Divino Maestro alla Pineta Sacchetti, San Bruno alla Pisana, Sant’Igino Papa al Tiburtino, Santa Maria Maddalena dei Pazzi al Nomentano, San Vincenzo Pallotti a Pietralata, Santa Antida al Laurentino, Sant’Enrico a Casal Monastero e San Giovanni della Croce al Nuovo Salario.
Prima di andare a visitare la mostra su “Carlo Bevilacqua Pittore”, scelgo di vedere una delle sue chiese e così mi dirigo verso Santa Maria Maddalena dei Pazzi al Nomentano, costruita dal 1981 al 1983, nell’area già occupata dai notevoli parchi del quartiere, inclusa la Riserva Naturale della Valle dell’Aniene.
Il volume compatto del basso edificio, progettato da Carlo Bevilacqua con Anna Maria Feci e intitolato a santa Maria Maddalena, carmelitana e mistica nata nel XVI secolo nella nobile famiglia fiorentina dei Pazzi, è in cemento armato.

Carlo Bevilacqua, Progetto per la Chiesa di Santa Maria Maddalena dei Pazzi, 1983, Roma

L’interno, a pianta centrale, ha la forma quadrata e le gradinate, poste su tutti e quattro i lati, ricordano la cavea di un teatro antico. La luce filtra attraverso le vetrate, poste in corrispondenza dell’ingresso principale e da un’apertura alle spalle del presbiterio. Altre finestre a nastro corrono sopra gli ingressi secondari. Un grande lucernario centrale permette alla luce di diffondersi e di inondare lo spazio sacro, mentre il freddo tono grigio del cemento armato della struttura si frammenta, trasformandosi nel più caldo colore del legno delle panche, del leggio e del grande Crocifisso posizionato sopra l’altare.
La luminosità dell’aula è intensa. E le scale, progettate per entrare, uscire, scendere e salire, mi ricordano un percorso labirintico. Noto che le porte del luogo di culto non sono in posizione assiale.
Carlo Bevilacqua ha realizzato ben 12 chiese, ognuna delle quali pensata come “dimora di Dio tra gli uomini e tempio costruito con pietre vive in Gesù Cristo”.
Si capisce che l’ordine geometrico è per lui un valore assoluto e supremo, che ricorda un ordine morale e la coerenza nell’agire in conformità di una legge morale.
Forse per questo ricerca sempre il Bello, per lui sinonimo di sacralità ed inerente la divinità, la sua religione e i suoi misteri.
Uscita dalla chiesa, mi dirigo verso piazza Sallustio per visitare gli Horti appartenuti a Giulio Cesare e ampliati successivamente dallo storico romano Gaio Sallustio e da Adriano, l’imperatore al quale si deve la costruzione del padiglione che ospita in questi giorni la mostra su Carlo Bevilacqua.
Incontro Roberto Civetta, restauratore e Agnese Pompei della Tecno Holding S.p.A., la società proprietaria degli Horti Sallustiani.

Carlo Bevilacqua

Horti di Sallustio, Roma

Insieme a loro scendo la rampa che conduce a 14 metri di profondità rispetto al livello stradale e mi guardo intorno per immaginare il panorama che ai tempi di Giulio Cesare si godeva da “quassù”, dall’altura che univa il colle Quirinale al Pincio e che, con terrazzamenti, scendeva sino all’attuale piazza di Trevi.
Strana la vita. Scendiamo dove un tempo si saliva.
Entro nel grande ambiente circolare, del diametro di circa dodici metri, coperto da una bellissima cupola, e mi torna subito in mente Carlo Bevilacqua architetto che amava dipingere e suonare il violino.
Nell’aula sono esposte le sue opere, divise in gruppi secondo un percorso cronologico.
Da bambino amava la creta, con la quale ha realizzato alcune tra le sue prime creazioni. Lui che successivamente ha assorbito gli insegnamenti del Bauhaus, l’istituto superiore di istruzione artistica, fondato a Weimar nel 1919 da Walter Gropius per promuovere un nuovo metodo educativo in grado di superare la contraddizione arte-artigianato, e di condurre all’unione tra arte e industria e all’armonia tra le diverse attività artistiche.
Carlo Bevilacqua era architetto, pittore, musicista e scultore, in grado di produrre modelli plastici di ogni opera da lui stesso progettata.
Dai suoi dipinti si capisce che ama tutta l’arte e che ama dipingere; che ama guardare, fotografare, imprimere nella sua mente luoghi amati e visitati.
Egli stesso disse “Ebbene sì, il mio fare è guidato dalla mano facile dell’architetto, ma comandato da un impeto irrefrenabile, tale da indurmi ad una applicazione spasmodica, stemperando il tutto nel tratto e nel colore, in un piacere quasi epicureo. È successo per i ritratti di Fayyum, per i pavimenti cosmateschi paleocristiani, per il Ratto delle Sabine e per Piazza Armerina nella Villa del Casale per le scene musive di caccia, per le ragazze in bikini, per gli amorini festosi o per le fatiche di Ercole. Spero che quel raptus si ripeta ancora”.
Come molti cultori dell’arte, Carlo Bevilacqua aveva una casa studio, dal 1966, in via Ovidio a Roma.
La famiglia ricorda che questa era per lui “un laboratorio di idee e di ricerche e un cenacolo di amicizie”.

Carlo Bevilacqua

Carlo Bevilacqua, Dieci ragazze in bikini, collezione privata, Roma

Tutti i suoi strumenti da lavoro sono ancora presenti: matite, pastelli, inchiostri, tecnigrafi, squadre, cartoni, crete, gessi, rotoli di carta lucida, carta da spolvero, carta cipolla e tanti pennarelli.
Le opere esposte agli Horti di Sallustio – realizzate con tecniche diverse, acquerello, olio ed encausto – evocano luoghi importanti per l’artista ad iniziare dal ciclo di Fayyum, ispirato ai ritratti dipinti su tavolette di legno o su lino, prodotte dal I al IV secolo d.C. e ritrovate nell’oasi egiziana che dà loro il nome.
Sono bellissime le parole che Sabrina Carbonara usa per definire i dipinti di Carlo Bevilacqua che illustrano temi antichi e soggetti archeologici nei quali l’autore “coglie, nel suo senso di commozione per l’antico, la volontà di mediare tra suggestione visiva, fantasia e verismo. I dettagli sono riportati in maniera analitica ma i colori e la prospettiva, fortemente scorciata, riflettono la sua più recondita immaginazione come anche la percezione emotiva e spirituale del tema raffigurato. Carlo riesce, in realtà, a trovare, pur seguendo il flusso delle impressioni, una perfetta conciliazione tra la libertà formale della rappresentazione en plein air e la concretezza dell’architetto”.
A me personalmente colpisce l’acquerello che riproduce, come in uno studio attento il pavimento e il presbiterio della Chiesa di Sant’Agata dei Goti, chiesa nella quale mi reco ogni tanto per assorbire un’energia che trovo solo lì. Credo abbia a che fare con il silenzio che il dipinto di Carlo Bevilacqua trasforma in colori. Capisco il senso della musica che scorre nelle sue vene. Le curve geometriche della pavimentazione cosmatesca sono armonia pura e i colori strumenti musicali. L’impressione che colgo è quella di una spiritualità profonda e la compenetrazione consapevole tra varie forme di arti, architettura, pittura e musica.
Mi viene in mente Vassilly Kandisky quando diceva di sentire “il chiacchiericcio sommesso dei colori che si mescolavano”.

Carlo Bevilacqua

Carlo Bevilacqua, Sant’Agata dei Goti, acquerello, collezione privata, Roma

La chiesa di Sant’Agata dei Goti, detta anche in Subura, secondo la tradizione fu fondata nel V secolo da Flavio Ricimero, generale “barbaro” dell’impero romano d’Occidente, celebre per essere stato uno dei capi germanici inseriti negli alti gradi dell’esercito imperiale.
Tuttavia un riesame dei caratteri architettonici e un confronto con le fonti scritte più antiche suggeriscono per la chiesa una datazione al VI secolo che permette di riconsiderare da una nuova prospettiva aspetti poco noti del contesto politico, etnico e religioso di Roma, dai decenni finali dell’Impero d’Occidente fino alla riconquista di Giustiniano e all’invasione longobarda.
Carlo Bevilacqua raffigura il ciborio cosmatesco del XII secolo, che sovrasta l’altare sfiorando la volta dell’abside nella quale è visibile un grande disco di porfido. Più in basso nella navata è invece acquarellata la pavimentazione che presenta inserti in porfido, serpentino e altri tipi di marmi pregiati, tra i quali il giallo antico, il fior di pesco e il bardiglio.
I colori trionfano in questa parte dell’opera dove il rosso – caldo, vitale e vivace – esplode in un tappeto musivo solo in parte simile a quello attuale.
Carlo Bevilacqua si è ispirato al passato ma ha trasformato la realtà in un dipinto attraverso il quale, come egli stesso diceva, si comprende che “… Il gusto di rivisitare immagini, materia e colori della pittura romana mi ha condotto a immergermi nel mondo affascinante degli affreschi e dei mosaici in cui convivono architettura e elementi naturali, personaggi umani e mitologici. Una ricerca, una passione che associa l’amore dei reperti antichi e una libera e personale esperienza che vuole travalicare i limiti degli schemi storicizzati”.
Grazie ad Agnese Pompei, Roberto ed io visitiamo alcune delle sale del complesso edilizio dell’epoca di Adriano, normalmente chiuse al pubblico. Ascoltiamo con interesse ciò che Roberto dice sulla conservazione dei dipinti e dei pavimenti del II secolo, che andrebbero restaurati e preservati. Agnese è una persona molto gentile e ci racconta la necessità di costruire una rampa di accesso ai portatori di handicap. Parliamo della costruzione imperiale, della latrina e dell’antica scala, forse elicoidale, mentre usciamo dagli Horti e andiamo a prendere un caffè insieme, contenti di aver condiviso la bellezza del luogo e il bene che Agnese nutre per l’architetto Carlo Bevilacqua.
E a lui che ci ha uniti, in una scintilla di eternità, io dedico questo mio articolo.

© 2017, Claudia Viggiani. All rights reserved.

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